Ogni tanto ci penso, e mi dico di non guardare ché tanto gli occhi scappano sempre, assieme alla pancia e all’aria.
Ci penso di mattina quando devo andare a scuola e mi viene in mente di tirare dritto senza che nessuno se ne accorga. Andarsene così, come le canzoni che sfumano quando devono finire, perché finiscono; ma almeno le rimetti in play quelle.

Comunque sia, tirare dritto, strisciando la mano sinistra sulle ringhiere marrone cioccolato e battendo pugni sui segnali stradali e sui pali giallo Simpson’s delle fermate dei bus, con questa sensazione di dover urlare, urlare davvero, tutte le cose che ho da dire, per sentirsi svegli davvero, come diceva Lord Bean.
Siamo branchi di granchi noi, quelle chele dove affondano?

Non ho la patente

Fuori c’è un freddo che fa paura
ho preso il mio zaino
ci ho messo dentro anche le coperte
per me e per te;
ci siamo infilati in macchina
ho spinto giù col pollice e l’indice la sicura.

Ce ne andremo senza sapere perché tornare
io guarderò di fuori e scriverò delle cose più rare
magari poi ci fermeremo a dormire
costruiremo una tenda
vicino la sabbia e le luci gialle
che galleggiano.
Tutto intorno galleggia.

-non pensare-

ti ho detto -non lo so fare-

-tu guarda la strada
cantiamo qualcosa che non c’è
che se non c’è
allora devi inventarmela te.
Tranquillo, guido io.-

Sai Jane, stavo pensando a ieri sera, a questo inverno che ormai se n’è andato senza troppi scossoni, ma che in fondo qualcosa l’ha cambiata lentamente, come quando avevo l’apparecchio fisso e non mi accorgevo dei denti nella bocca che mi si stavano spostando e nel frattempo sentivo un dolore boia a volte lancinante. Ti chiederai se ho perso qualcosa e se ne ho trovata qualcun’altra. A me sembra sempre di raccogliere quello che trovo in giro, come quei signori che aspettano a terra mozziconi di sigarette ancora buoni e accesi, e di lanciarlo lontano per farlo rimbalzare e guardarlo incantato e poi rincorrerlo. Mi viene in mente di quando da bambini andavamo al lago e a turno facevamo zompare i pezzi delle piastrelle dei pavimenti sul pelo dell’acqua e poi ci tappavamo il naso con le dita e cercavamo di andare sotto e di ritrovarli. Lo sapevo che era difficile, più del sei in mate, e avevo anche paura di non toccare il fondo, oltre che degli squali, che sapevo pure che non c’erano lì però c’avevo comunque una fifa fottuta. Tu invece eri serena e carinissima con quei capelli a caschetto tutti pieni di sabbia, la pelle sempre un po’ bianca e il costume arancione, e io alla fine ti seguivo. Ecco, ora che ho vent’anni ho più paura di prima e so che sarà sempre peggio e che tu forse non ci sarai fra una settimana o fra un mese o un anno, però so che giù tra i ciottoli cercherò sempre di trovare ogni sassolino che abbiamo tirato, sempre. E tutto questo l’ho capito oggi.

Comunque, lo sai, non è un gran periodo per me. Voglio dire, fra pochi giorni dovremo chiudere il negozio e francamente non ho ancora pensato a cosa farò quando finirò ogni pomeriggio le lezioni di disegno. Forse penserò a quando mi hai detto che le gomme da cancellare nuove e impacchettate sono belle e a quando abbiamo mangiato i panini col prosciutto sotto la pioggia al parco -che non ci ricordiamo mai come si chiama- e l’ombrello ce lo avevamo nello zaino. Penserò a noi due e a quello che ho imparato e a quanto ho riso in questi mesi.
Però poi penso: e se te ne vai?
Ci sarà un buco. Un buco enorme dentro di me e questo non potrà mai cambiare. Ho letto quel libro che mi avevi consigliato caldamente, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, e Alex si sente un po’ come me, e per questo un poco di bene gliene voglio davvero.
Non ho pensato di dirti tutto questo per renderti triste, quindi la smetto con queste cose e ti parlo di ieri e di oggi e di come è andata.

Insomma, c’era questa cena a cui avrebbe partecipato una dozzina di persone che bene o male conoscevo da quando eravamo tutti sbarbatelli lanciati come dadi sul tappeto della prima superiore. Io non sono troppo il tipo da comitiva e ce l’ho scritto in fronte. Ad ogni modo mi sono preparato cercando di non pensare a niente, solo a quella notte. Così, finita la scuola sono filato dritto verso il mio negozio, che ora che manca poco ci vado ogni volta che posso, mi sono rilassato il pomeriggio dormendo un po’ sul bus di ritorno e sono andato nel bilocale di questo mio grande amico intorno alle venti e trenta. Ora non so dirti il perché e di com’è successo tutto questo, però è andata così. Non c’era un povero cristo che stesse realmente bene, (andiamo, chi a vent’anni sta bene?) ma tutti insieme in quella sala da pranzo per quattro persone, accalcati e con sedie improvvisate e senza grandi discorsi, si rideva, voglio dire, ci si sentiva un po’ a casa. Si parlava di chi si sarebbe sposato per primo, di quanto fossi coglione io ad essere inciampato sullo zerbino davanti alla porta cigolante all’entrata e delle stempiature accennate di qualcun altro; stronzate insomma, però belle. Belle davvero.
Dopo cena mi sentivo intorpidito e avevo mangiato il giusto. Siamo scivolati in strada, l’aria era anestetizzata. Ci siamo seduti tutti quanti col freddo che ci screpolava delicatamente le mani e poco prima della mezzanotte si è deciso di brindare; io ancora una volta ho solo fatto finta, mi conosci. Però, cavolo, riuscivo a dire le mie cose, i miei problemi e i miei pensieri e tutto, e sentivo che a qualcuno importava di quello che avevo da cacciare fuori e che se non bevevo non faceva nulla e non ho abbassato la testa come faccio sempre, e anche questo lo sai, ma ho cercato di tenerla sempre su senza avere paura di quanto sono belli gli occhi sorridenti degli altri. Mi sono sentito come quando mia madre se ne andava di nascosto e mi lasciava dalla nonna e io piangevo per ore, ma poi c’era un momento in cui sentivo tutto lo stomaco svuotato e non volevo più lagnarmi. Capito, no? Ero tipo okay. Ed okay, credimi, è molto importante.
Ora non so cosa farò e non so quando rivedrò questa gente, ma so che ho una parte di me, un sassolino in più da lanciare e da rincorrere. Mentre ero lì però, ho pensato con tutto il cuore che tu potessi vedermi sorridere e guardare imbambolato l’aria e le luci delle insegne, e sapevo che non era possibile, ma ci speravo.

È successo poi che stamattina stavo andando a scuola con la musica alta da spaccare i timpani e mi vedevo una scarpa slacciata, ma non avevo voglia di fermarmi più, proprio non ne avevo. Piuttosto mi sarei spaccato la faccia cadendo.
A un certo punto sento due dita picchiettarmi sulla spalla e mi giro: una ragazza mi aveva rincorso per dirmi che avevo i lacci delle Converse a penzoloni. L’ho ringraziata tanto e le ho sorriso. Pensavo fossi tu. Mi sono chinato e mi sono messo apposto.

Poco prima della lezione ho capito. Ho capito che il giorno in cui lascerò vincere gli squali, il lago, la paura del buio e degli sguardi, beh.. in quel giorno non ci saranno più la scuola e i vent’anni e le crisi e i cornetti alle cinque del mattino e le passeggiate da soli e il bisogno matto di averci qualcuno vicino.

Non posso, non posso. Lo sai.. no?
Buonanotte, Jane.
Quando torni ci vediamo.. vero?

Un giorno mi hai chiesto di spiegarti cos’è.

Le cose non vanno mai rose e fiori e tutto il resto; credo sia normale, è un mondo cane. Quello che però voglio dire è che anche quando siamo stanchi e tutti se ne sono andati via, beh, c’è sempre qualche tipo di cosa che sta lì ferma da qualche parte tra la pancia e il cuore e la gola. E poi niente, ci sta fino a quando non sei stufa e ti scapperà da ridere. Ecco, io a questa cosa non voglio darle un nome, perché lo sappiamo, non serve spiegarla.